UN INTERESSANTE SERVIZIO ANTIBUFALE
 
La risata educativa

Relazione tenuta a Mestre il 30 settembre 2000
in occasione del convegno di educazione ambientale

"La scuola sana"

Quanto ha detto poc'anzi Franco Lorenzoni in riferimento al mito del ‘tempo reale’ e della "documentazione in tempo reale" mi ha fatto venire in mente la storia quelle due mamme che si incontrano. Una é appena diventata mamma e ha la figlia nella carrozzina e l’altra le dice “Finalmente, che bella bambina hai” e l’altra le risponde “…ma vedessi in fotografia!!”.
Entro nel vivo del mio intervento leggendovi una storia che mi è stata presentata ad un corso dal titolo

Per andare in TV

La televisione parla poco di scuola e quando lo fa, non sembra darle il giusto risalto. Eppure, avremmo molto da mostrare in TV, soprattutto da quando, in aria di AUTONOMIA, stiamo trasformando la scuola in un grande laboratorio.

"...Un giorno la Direttrice Didattica Dottoressa Professoressa Saveria Candoli Bonvicini ricevette un fax che la fece piacevolmente sussultare tutta (e lei era tanta!) dalla testa ai piedi:

Egregio Dirigente Scolastico,

siamo lieti di
comunicare che il Suo Circolo Didattico, in virtù
delle attività educative che vi si stanno svolgendo,
su autorevole segnalazione a cura di esperti in
scienze dell’educazione, è stato scelto per parte-
cipare ad una trasmissione televisiva organizzata
da questa rete.
Se si desidera partecipare all’iniziativa, si prega di
comunicarlo al più presto.
Seguirà testo dettagliato con indicazione dei canoni
di riferimento per la partecipazione al programma
che si svolgerà indicativamente a fine maggio.
Certi in un Vostro sollecito interessamento,
si porgono distinti saluti
Il Direttore di
C A N A L E 37

Era ciò che la Dir.Did. Dott.Prof. Candoli Bonvicini aspettava da tempo: finalmente avrebbe potuto far apparire quel che si stava facendo nel SUO Circolo, esempio di progettazioni educative all’avanguardia, oggetto di aperta invidia da parte dei colleghi, direttori didattici dei circoli limitrofi. Finalmente l’occasione per apparire al mondo, per dire a tutti che lì, DA LEI, i SUOI insegnanti erano di un certo livello, si lavorava in un certo modo, già da anni si sperimentava tutto quanto era possibile sperimentare.
Cercò di riprendere fiato, sentiva che l’emozione le stava facendo perdere il suo proverbiale autocontrollo. Guardò il calendario: era quasi terminato febbraio, tre mesi non erano molti per preparare un così impegnativo lavoro. Convocò immediatamente un Collegio Docenti straordinario: i SUOI insegnanti l’avrebbero certamente aiutata!
Si presentò al collegio con una buona dose di self-control, anche se non riusciva a nascondere perfettamente l’agitazione. Appena comunicò agli insegnanti il motivo della convocazione, un brusio si diffuse nella sala; naturalmente erano tutti entusiasti della cosa, almeno apertamente così dichiararono e lo furono ancor di più quando la Dir. Did. Dott.ecc. aggiunse che aveva avuto un’idea strabiliante per organizzare il tutto: avrebbe indetto un concorso interno per assegnare agli insegnanti più meritevoli l’incarico di accompagnarla in TV a presentare le attività del circolo.
Da quel momento si scatenò la corsa alla preparazione del -PROGETTO PIU’…- quella esperienza didattica che avrebbe meritato gli elogi della direttrice (Did. Dott. Prof.ecc.) e avrebbe consentito a tre o quattro insegnanti di diventare i più meritevoli del circolo.
Nel frattempo in direzione, in seguito alla immediata dichiarazione di partecipazione al concorso, era pervenuto il malloppo relativo alle regole da seguire per partecipare alla trasmissione. La direttrice lesse alcune parti, quelle più evidenti, constatò che le erano concessi 45 minuti di trasmissione, che poteva liberamente organizzare il suo intervento e quello di alcuni collaboratori e … c’erano altre pagine da scorrere, ma sicuramente non sarebbero state più importanti, così decise di non perdere tempo inutile e di mettersi subito al lavoro per preparare gli interventi.
Preparò una lista di materiale che poteva servirle per esporre tutto ciò che si faceva nel SUO circolo. Le sarebbero serviti:

  • almeno tre lavagne luminose, per presentare i numerosi lucidi che avrebbe elaborato per dare l’idea della complessità delle progettazioni in atto. Mise fra parentesi le parole “mappe cognitive” perché erano molto efficaci e doveva senz’altro servirsene.
  • Qualche proiettore, per illustrare in modo luminoso, chiaro e coinvolgente quanto si lavorava nei laboratori, nelle aule di informatica ( ce n’erano quattro in ogni plesso!) nelle biblioteche, nelle palestre …
  • Una serie di grandi scatoloni con relativo materiale da imballaggio per trasportare il grande quantitativo di plastici, libroni tridimensionali, giornali e giornalini, costruzione varie, e tutto quanto avrebbero certamente fatto costruire i SUOI insegnanti nelle classi, in vista del traguardo di fine maggio.

Nei vari plessi non si parlava d’altro, la corsa alla realizzazione del
-PROGETTO PIU’…- stava dando ottimi frutti: il materiale prodotto aumentava a vista d’occhio. Nella prima settimana di maggio si sarebbero tenute le premiazioni del concorso interno al circolo, in lizza c’erano almeno dieci insegnanti, ma molti altri si davano da fare per ottenere i meritati elogi pubblici: in palio non c’era solo la partecipazione al programma di Canale 37, ma anche il prestigio e il riconoscimento del proprio impegno nella scuola.
Il giorno della premiazione fu davvero unico e rimase impresso nella memoria di tutti per lungo tempo.
Per l’occasione la D.D. aveva affittato il palazzetto dello sport, dopo aver invitato tutte le autorità civili, scolastiche, religiose e laiche, tutti i genitori degli alunni, parecchi colleghi direttori didattici, tutti i docenti e formatori per corsi d’aggiornamento che aveva conosciuto negli ultimi dieci anni. Aveva fatto addobbare con fiori e piante a cui aveva aggiunto enormi festoni che ricordavano frasi di grandi pedagogisti del passato: prevalevano Dewej e Rousseau. L’ultimo giorno si accorse di aver dimenticato Don Milani, appena in tempo!
Anche le premiazioni furono sfarzose, come meritavano giustamente i lavori portati al concorso dai SUOI insegnanti: progetti davvero grandiosi.
Il primo premio andò a un maestro che aveva realizzato il plastico del paese e lo aveva intitolato “Ieri-Oggi-Domani”. Era una megacostruzione meccanica che si muoveva lentamente e metteva in mostra tre facce dello stesso ambiente: quello del passato, quando era un territorio prevalentemente agricolo; quello del presente, con la riproduzione minuziosa di ogni particolare; quello del futuro, in cui si immaginava cosa sarebbe diventato il centro abitato sommerso dalla tecnologia, anima di ogni futuro nostro nucleo di convivenza. L’opera era davvero strepitosa!
Meritò il secondo premio una insegnante che aveva realizzato una serie di libroni tridimensionali, giganteschi, collegati fra loro come i vagoni di un treno, dal titolo “ Scopriamo l’ambiente”.
Ognuno di essi riproduceva in modo assai accurato un ambiente terrestre, con la flora e la fauna tipiche della zona, e con gli abitanti in costume, ma la cosa che colpì di più fu l’idea di nascondere dietro a decine di finestrelle di cartone le voci di animali, ingegnosamente registrate su microcassette e altrettanto ingegnosamente applicate sul retro di ogni pagina con dei microregistratori. Anche questa un’opera davvero geniale!
Il terzo premio andò a un team di maestri, due donne e un uomo, che avevano ideato un progetto multimediale intitolato “ Mangia tu che mangio anch’io” tutto dedicato all’alimentazione. Fu visionato tramite un computer collegato a uno schermo gigante e ricevette i complimenti per l’insieme di immagini, musiche, idee grafiche presenti: altra opera semigeniale!
E così la Dir.Did.Dott.ecc. aveva individuato il suo staff di collaboratori; pienamente soddisfatta, ricordò che ormai il giorno della partenza per Canale 37 era vicino.
Nei giorni seguenti ingaggiò un TIR per caricare tutti i materiali da mettere in mostra in TV e un pullman per recarsi con lo staff di collaboratori, ai quali aveva pensato di aggiungere qualche autorità sensibile alle problematiche della scuola, alla sede della rete televisiva. Le spese furono notevoli: per fortuna aveva ricevuto i finanziamenti relativi alle progettazioni messe in campo per quell’anno scolastico, ringraziò in cuor suo l’AUTONOMIA e partì.
Dopo quattro ore di viaggio giunsero alle sedi di Canale 37, c’erano alcune persone ad aspettarli, riconobbe dei tecnici e altri in doppio petto che dovevano essere i dirigenti… l’emozione era tanta!
Scese dal pullman con lentezza, un po’ a causa della sua mole, ma anche per dare l’idea dell’autorevolezza che si riconosceva.
Le venne incontro un signore distinto che si presentò come il direttore artistico del programma, dietro di lui il regista. Salutarono con rispetto e ascoltarono con altrettanto rispetto il discorso che la direttrice si era preparata per presentare tutti i suoi collaboratori nonché la gran quantità di materiale che portava con sé e per rivolgere innumerevoli domande sulle modalità di svolgimento della trasmissione.
Solo quando lei si fermò per riprendere fiato, i due esperti televisivi furono in grado di porre la loro prima e unica domanda:
  • Ma, dove sono i bambini?!?


I bambini! Quali bambini? Ma come i bambini! Non è possibile! Senza bambini il programma non si fa!?! Non è giusto! E’ incredibile!
E’ inconcepibile! La TV strumentalizza i bambini! PERCHE’, LA SCUOLA NO?…"

Questa é una storia inedita scritta insieme ad un’altra decina di storie da una maestra di un paese vicino a Ravenna. Credo che dia molto bene l’idea di quello con cui voglio iniziare il discorso.

Non prendersi troppo sul serio

Nella mia esperienza ho il ricordo di una scuola per alcuni aspetti rigida: a scuola non si poteva fischiare per esempio. Ricordo questa cosa perché per me, bambino di campagna, la proibizione di fischiare era una cosa che non riuscivo a concepire. Poi ho imparato a fischiare molto bene nei corridoi alle scuole superiori. Quante cose ci hanno impedito di concepire la scuola come un luogo dove ci si potesse divertire.
Credo di aver imparato quanto sia importante ridere anche dalla mia esperienza professionale di insegnante. Ricordo sempre una bambina che dopo sei ore trascorse insieme a scuola materna, mentre uscivo dopo il primo turno, mi guarda dall’alto delle scale e mi chiede: “Ma adesso maestro dove vai? A lavorare?”
Stavo vivendo l’esperienza da maestro con piacere e quindi nessuno di loro aveva capito che quello era il mio lavoro. Mi resi conto in quel momento di quanto importante fosse appassionarsi, vivere con gusto e con piacere quell’esperienza.

Saper ridere insieme delle cose semplici, banali ma anche delle cose difficili


Intanto dalle riflessioni che ho raccolto in questi giorni ho scoperto che è difficilissimo ridere da soli. Non so chi di noi riesca a ridere da solo. La risata è un fatto sociale, collettivo.
Ma è tanto importante ridere con gli altri quanto è importante non ridere degli altri. Un conto è il riso e un conto è la derisione. Ridere degli altri presuppone, di fatto, una vittima.
Qualcuno mi diceva quanto sia brutto quando dei bambini deridono un altro bambino. Possiamo anche dire che questo fa parte del gioco dell’essere bambini ma quando è l’adulto, l’insegnante, a deridere un minore, diventa una cosa tremenda. Credo che questa sia una di quelle cose che segni in maniera molto profonda il vissuto di un allievo. Se un falegname si fa male, si taglia un dito, ma quando un insegnante sbaglia, quando ferisce, le conseguenze ricadono sulla pelle di altri.
Ridere assieme è un gesto di complicità. Voglio qui ricordare un insegnante di una piccola scuola della Val Marecchia che ha adottato dei sistemi molto semplici per esorcizzare un fatto negativo e per sentirsi insieme complici di un fatto bello. Lui sa suonare benissimo l’organetto e allora per quando succede qualcosa di brutto a scuola hanno inventato una sorta di punizione: insieme si mettono a cantare una canzone particolare. E’ un modo per dire: “Non siamo riusciti a trovare chi ha combinato quel guaio, insieme facciamo questo momento rituale, passato questo momento non ci pensiamo più e andiamo oltre”. Quando io sono andato a trovarli per fare un piccolo spettacolo di burattini, mi hanno salutato con l’organetto, hanno fatto un ballo, una sorta di quadriglia, hanno cantato e ballato insieme. Hanno gioito insieme di una cosa molto bella come sanno gioire insieme quando avviene un fatto negativo.
C’è una’altra collega che quando non fanno il compito apre la finestra e finge di chiamare l’ambulanza, oppure parla una lingua diversa, parla in napoletano. Sono dei giochi che potremmo definire “dell’assurdo”.

L’errore creativo


Vi voglio leggere una cosa simpatica di una collega.
“Paolo aveva più o meno quattro anni quando vinse la sua prima e forse unica gara di pesca. Quando il lunedì mattina raccontò la sua impresa della domenica, Paolo disse di aver pescato una ‘trottola’ molto grossa. Gli altri bambini scoppiarono in una gran risata perché pensarono alla nostra bella trottola sonora e colorata che qualcuno corse subito a prendere. Paolo si accorse dell’errore, anche se ha continuato per lungo tempo a chiamare la sua trota ‘trotta’, e spiegò che aveva pescato un pesce, non un gioco, ma poiché era molto più divertente pescare una trottola che una trota, i bambini con grande ironia cominciarono una specie di gioco dell’assurdo e pescarono di tutto attingendo alla loro scatola dei giocattoli”.
La comicità è un fatto istintivo mentre l’umorismo è più un’elaborazione intellettuale. La comicità nasce da un fatto immediato, talvolta banale: tu vedi una buccia di banana, c’è una persona che sta per passare, sai che se mette il piede lì probabilmente cade, mette il piede, cade e tu ridi, anche se sapevi tutto questo fin dall’inizio. E’ la comicità dei film comici, mentre l’umorismo è un’elaborazione culturale.
Vorrei citarvi una riflessione di Adner Deve: “Tra tutti i comportamenti umani, l’umorismo è probabilmente il più ricco. Ciò che avvertiamo è una gioia pura, un vero piacere. L’umorismo oltre a queste manifestazioni fisiologiche contiene in sé tutta la ricchezza della psicologia umana comprende aspetti intellettuali, emotivi, sociali e fisiologici”.
Se tra l’altro andiamo a vedere nella tradizione popolare scopriamo un’infinità di detti: “Il riso fa buon sangue”, “Ogni risata toglie un chiodo dalla bara”. Qui si apre tutto il discorso della risata terapeutica che è stato rilanciato in grande stile dal film “Pach Adams”.
Tra l’altro una cosa interessante è che, in questo tempo in cui si brevetta ormai tutto, molto spesso sia la comicità sia l’umorismo non hanno copyrigth. La barzelletta nasce probabilmente dal popolo, molto spesso non si sa chi l’abbia inventata.
Qualcuno ha definito l’umorismo ‘l’arma dei disarmati’. Mi è venuto in mente il film “La vita è bella”, la rappresentazione di un’esperienza nel campo di concentramento vissuta con l’arma dell’umorismo da uno che non ha armi.

Le occasioni per ridere


Noi dovremmo anche a scuola favorire oltre ad un atteggiamento di fondo al ridere anche delle occasioni per ridere. Sicuramente tre occasioni sono il teatro, in particolare il teatro dei burattini, il teatro in generale e poi sicuramente anche il comico. Non sono uno che oggi vede molto la televisione. Nella mia infanzia è arrivata molto tardi ma credo che “Le comiche” o films come quelli di Olio e Stanlio siano esperienze fortemente educative. Forse varrebbe la pena rilanciarle a scuola. Perché non fare un vero e proprio cineforum di film comici?
Ridere serve per guarire ma anche per apprendere meglio. Senza esagerare però! Un direttore mi ha raccontato di una madre che è andata in direzione a chiedere cosa insegnavano a scuola ai loro figli. “Ma per quale motivo?” chiede lui. “Mia figlia è venuta a casa dicendo che i Romani facevano le rapine in banca e queste cose qua”. Così viene a scoprire che c’era un insegnante che usava il film ‘S.P.Q.R.’ di Massimo Boldi per insegnare la storia dei Romani ai bambini.
Credo che non ci sia apprendimento se non c’è motivazione e che non ci sia motivazione ad apprendere se non c’è piacere. Ecco qui che viene rimesso in campo il discorso delle emozioni, della passione, del gusto per le cose. E torna un aspetto importante: come per il riso e per il gioco anche l’apprendimento è un fatto relazionale.
Vorrei andare verso la conclusione con due questioni molto semplici. La prima è relativa allo humor. Qualcuno dice “l’umorismo fa fare le capriole all’intelligenza” e “guardatevi dalle persone che non hanno il senso dell’umorismo”. Mi ha stupito molto scoprire che uno dei fautori dell’umorismo era Papa Giovanni XXIII, da poco beatificato. Raccontano che dopo i primi tempi del suo pontificato, durante i quali stava veramente prendendosi troppo sul serio, in un sogno ebbe una sorta di invito a cambiare.
Dice Adriano Ippolito che è stato vescovo a Rio de Janeiro: “Lo humor è un dono della natura ma è anche un fatto dello Spirito Santo e delle virtù teologali: la fede, la speranza e la carità. Chi è provvisto di humor guarda in modo rilassato il mondo, la gente e i fatti ed è in grado di ridere tanto degli altri quanto di se stessi”. - Non prenderti troppo sul serio - pare abbia detto Giovanni XXIII quando quando l’onere della chiesa lo opprimeva. I vescovi in genere sono troppo seri e privi di humor. Su temi ecclesiali poi non tollerano umorismo di sorta. Non sanno che il riso è una grazia di Dio, come ha mostrato Papa Giovanni. Sono queste le cose che ho imparato dal Papa buono e che nella mia lunga vita episcopale - 30 anni - ho cercato di mettere in pratica”. Mi verrebbe da leggere tutto questo dal mio punto di vista. Qui si parla di vescovi, ma inviterei presidi, direttori, dirigenti scolastici a rifletterci sopra.
Un aspetto che va collegato all’umorismo, alla comicità, allo star bene scuola è l’empatia, è il fatto di vivere in maniera piacevole il rapporto con gli altri.
Vi leggo per finire questo brano di Savater ‘A mia madre, mia prima maestra’ quando dice: “Come educatori non ci resta che l’ottimismo, così come chi fa del nuoto per praticarlo ha bisogno di un ambiente liquido. Chi non vuole bagnarsi deve abbandonare il nuoto, chi prova repulsione per l’ottimismo deve lasciar perdere l’insegnamento senza pretendere di pensare in che cosa consista l’educazione, perché educare è credere nella perfettibilità umana, nell’innata capacità di apprendere e nel suo intrinseco desiderio di sapere, nel fatto che ci sono cose, simboli, tecniche, valori, memorie e fatti che possono essere conosciute e meritano di esserle e che noi uomini possiamo migliorarci vicendevolmente per mezzo della conoscenza. Di tutte queste convinzioni ottimistiche si può ben diffidare in privato, ma nel momento in cui si cerca di educare o di capire in che cosa consista l’educazione non resta che accettarle. Con autentico pessimismo si può scrivere contro l’istruzione ma l’ottimismo è imprescindibile per portervisi dedicare ed esercitarla. I pessimisti possono essere bravi domatori ma non bravi maestri”. Mi verrebbe da dire :“Chi non ha la capacità di sorridere, di ridere non può essere un bravo maestro, un bravo educatore”.