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un
invito, o meglio, un appello rivolto ai grandi
genitori, insegnanti, amministratori
Il manifesto
dei diritti naturali dei bimbi e delle bimbe, pur essendo rivolto al
mondo dei "piccoli", interroga soprattutto noi "grandi".
Siamo noi adulti ad essere - infatti - interpellati da queste riflessioni.
Siamo noi che dobbiamo prendere coscienza di ciò che rischiamo
di non offrire all'infanzia, e quindi, indirettamente, di derubare ai
bambini e alle bambini. Uso l'espressione "derubare" proprio
perché ritengo che il rischio del furto ci sia. È il furto
di opportunità, di esperienze, di competenze di occasioni che
"o si vivono nei primi anni di vita" oppure rischiamo di "perderle
per sempre". Quando, in questi ultimi tempi, mi sono ritrovato
a riflettere e a discutere sul problema dei diritti dei bambini e delle
bambine (sono trascorsi quarant'anni dalla Dichiarazione internazionale
dei diritti del fanciullo e appena dieci dalla Convenzione internazionale
sui diritti dell'infanzia) ho cercato - prima di tutto - di mettermi
nei loro panni: quelli dei bambini e delle bambine. Credo infatti che
sia indispensabile cercare di fare una operazione di memoria, ripensare,
cioè al tempo della nostra infanzia. Si tratta in altre parole
di ripensarci piccoli, ripensare a quando "
noi eravamo bambini
e bambine".
Per poter riuscire in questo, è bene farsi poche ma precise domande:
cosa amavamo fare?
con chi giocavamo?
dove ci piaceva giocare?
quali erano i nostri giochi e giocattoli preferiti?
quali erano i nostri diritti?
chi ce li garantiva?
avevamo coscienza dei nostri diritti o era un fatto del tutto naturale?
A partire dalle risposte che personalmente mi sono dato, confortato
dal lavoro diretto con i bambini per più di 20 anni e aiutato
dalla opinione di centinaia di mamme, babbi, insegnanti, educatori ed
animatori, ho cercato di semplificare le esigenze fondamentali dei bambini
e delle bambine definendoli "diritti naturali". Per noi erano
- forse -del tutto scontati. Oggi - però - non lo sono per i
bambini e le bambine che vivono nelle nostre regioni, nelle città
e nei paesi del Nord del mondo. Se oggi dovessimo riscrivere la Carta
internazionale dei diritti dell'infanzia, sicuramente io aggiungerei
anche questi diritti fra quelli che ormai sono considerati i diritti
fondamentali. Ritengo infatti che questi siano dei veri e propri "diritti
naturali" dei bambini e delle bambine.
1. Il diritto all'ozio
Siamo nell'epoca in cui tutto è programmato, curriculato,
informatizzato. Ai bambini e alle bambine offriamo praticamente una
settimana programmata nei minimi dettagli. Spesso le loro iter scolastici,
le loro carriere, sono praticamente predefiniti da noi adulti. Non c'è
spazio per l'ozio, l'imprevisto, l'auto-organizzazione infantile. Anche
gli stessi spazi di gioco sono preorganizzati. Non c'è, da parte
dei bambini e delle bambine, la possibilità di momenti autogestiti.
È ingiusto pensare al tempo dei bambini e delle bambine esclusivamente
come un tempo di preparazione a "quando saranno adulti, con un
loro lavoro"? È importante la meta, ma è altrettanto
importante il "cammino" che si fa per giungere a quel traguardo.
L'infanzia va vissuta in quanto tale e non solo come periodo di preparazione
all'età matura. Si tratta perciò di imparare a "camminare"
sapendo che educazione è anche "fare strada insieme",
attenti a ciò che ci viene incontro in maniera imprevista. E
forse, come afferma il Piccolo Principe, capiremo che "l'essenziale
è invisibile agli occhi". E' indispensabile, per noi grandi,
prendere coscienza che il tempo del gioco, il tempo dell'ozio, il tempo
del "non far niente insieme agli amici" è importante.
E tutto questo anche senza la presenza di noi adulti. I bambini e le
bambine hanno bisogno di scoprire da soli quelle che sono le regole
dello stare insieme, del giocare nello stesso luogo. Solo così
matureranno e faranno proprie le "regole fondamentali di convivenza".
Saranno regole, a quel punto, acquisite naturalmente nella coscienza
personale e non imposte dagli altri, dall'adulto, dall'alto.
2. Il diritto a sporcarsi
L'epoca attuale è quella del look, delle cartelle firmate,
delle riviste di moda e dei negozi di abbigliamento per l'infanzia,
dei bambini col cellulare. Ma il nostro è anche il tempo del
"non ti sporcare", "stai attento", "ma cosa
mi hai combinato?!". Credo che i bimbi e le bimbe abbiano il sacrosanto
diritto di giocare con i materiali naturali: la sabbia, la terra, l'erba,
le foglie, i sassi, i rametti, la neve, l'acqua,... Quanta gioia c'è,
nei bambini e nelle bambine, quando pastrocchiano in una pozzanghera
o in un cumulo di sabbia o di neve. Però queste, a detta degli
esperti, rischiano di essere attività poco igieniche. Nulla si
dice sulla poca igienicità di una moquette, delle paste sintetiche
ampiamente reclamizzate con cui giocano e manipolano i bambini e le
bambine soprattutto nelle scuole. Proviamo ad osservare attentamente
bimbi e bimbe in alcuni momenti di pausa dai giochi organizzati oppure
quando siamo in un boschetto o su un prato. Sarà interessante
scoprire che un bimbo o una bimba sono capaci di giocare per ore con
le poche cose trovate per terra, le foglie d'erba, un po' di sabbia,
alcuni bastoncini o ciottoli. Sono sufficienti uno spazio all'aria aperta,
qualche semplice oggetto che l'ambiente naturale ci regala, un po' d'acqua
e... un clima sereno.
In questa semplicità emerge un grande messaggio educativo per
i mondo di noi adulti: i bimbi e le bimbe ci insegnano che non hanno
bisogno di giochi e giocattoli complicati ed elaborati, ma che si accontentano
delle piccole e semplici cose che la natura di offre, in un clima sereno
e accogliente.
3. Il diritto agli odori
Oggi il rischio è quello di mettere tutto "sotto vuoto".
Nel percorrere le nostre città e i nostri paesi è difficile
poter distinguere luoghi tipici, percettibili olfattivamente fino a
pochi anni fa. Pensiamo alla bottega del fornaio, all'officina del meccanico
delle biciclette, al calzolaio, al falegname, alla farmacia. Questi
luoghi emanavano odori speciali, di cui si impregnavano i muri, le porte,
le finestre. Oggi entrare in una scuola (chi non ricorda l'odore del
primo giorno di scuola), in un ospedale, in un supermercato o in una
chiesa spesso significa respirare ed annusare lo stesso odore di detergente.
Non ci sono più differenze. Abbiamo annullato le diversità
di naso, o meglio le diversità olfattive. Eppure chi di noi non
ama sentire il profumo di terra dopo un acquazzone e non prova un certo
senso di benessere entrando in un bosco ed annusando il tipico odore
di humus misto ad erbe selvatiche? Sono sensazioni che dal naso passano
direttamente al cervello e spesso ci fanno fare salti di memoria, tornare
alla nostra infanzia. Imparare fin da piccoli il gusto degli odori,
percepire i profumi offerti dalla natura, sono esperienze che ci accompagneranno
lungo la nostra esistenza. Non possiamo derubare il mondo dell'infanzia
di questa grande opportunità: il diritto al proprio naso.
4. Il diritto a prendere la parola
Dobbiamo constatare sempre di più la triste realtà
di un sistema di comunicazione e di informazione "unidirezionale".
Da una parte la TV, i giornali, i mass-media, dall'altra gli ascoltatori,
i telespettatori che subiscono passivamente. Siamo al monologo. Un tempo
si poteva entrare tranquillamente nelle case e si poteva chiacchierare
al caldo del camino o della stufa. Oggi al centro non c'è più
il fuoco, ma la televisone e, possibilmente, sempre in funzione. Si
mangia, si gioca, si lavora, si accolgono gli amici "a televisione
accesa". Un calcolo matematico (approssimato e per difetto) ci
dice che se un bambino o una bambina seguono la TV per 2 ore al giorno,
moltiplicato per circa 360 giorni all'anno, abbiamo un totale di 720
ore. Se dividiamo per le 24, cioè le ore di un giorno, otteniamo
30. Trenta giorni, cioè un mese ininterrotto (24 ore al dì)
di televisione all'anno. E questo non è certo dialogo. Con la
televisione non si "prende la parola". Cosa diversa è
il raccontare fiabe, narrare leggende, vicende e storie, fare uno spettacolo
di burattini. In questi casi anche lo spettatore-ascoltatore può
prendere la parola, interloquire, dialogare.
5. Il diritto a saper usare le mani
La tendenza del mercato è quella di offrire tutto preconfezionato.
L'industria sforna ogni giorno miliardi di oggetti "usa e getta",
che non possono essere riparati. Nel mondo infantile i giocattoli industriali
sono talmente perfetti e finiti che non necessitano dell'apporto creativo
della manualità del bambino o della bambina. Oggi, poi, anziché
i calcio-balilla, nelle sale giochi o nei circoli ricreativi, ci si
abitua al video-gioco. E nel contempo mancano le occasioni per sviluppare
le abilità manuali ed in particolare la manualità fine.
Non è facile trovare bambini e bambine che sappiano piantare
chiodi, segare, raspare, scartavetrare, incollare... anche perché
è difficile incontrare adulti che vanno in ferramenta a comprare
i regali ai propri figli. Quello dell'uso delle mani è uno dei
diritti più disattesi nella nostra società post-industriale
e rischiamo di avere bambini e bambine capaci di stare ore davanti ad
un computer, ma incapaci di usare un martello o un paio di pinze.
6. Il diritto ad un buon inizio
Qui mi riferisco alla problematica dell'inquinamento. L'acqua non
è più pura come cantava San Francesco, l'aria è
intrisa di pulviscoli di ogni genere. Non meravigliamoci, perciò,
della esplosione delle allergie, che colpiscono oggigiorno una buona
percentuale di popolazione. La terra è fecondata dalla chimica
di sintesi. Si dice sia il frutto non desiderato dello sviluppo e del
progresso. Eppure in quel "tornare indietro" che molti di
noi hanno vissuto fra il 1973 e il 1974, con la famosa "austerity",
abbiamo ritrovato il gusto della città, lo stare insieme in maniera
conviviale, divertente, spensierata, senza l'assillo dell'automobile
e del tempo. È questo che spesso i bimbi e le bimbe ci chiedono.
Da qui l'importanza dell'attenzione a quello che "fin da piccoli
si mangia", "si beve" e si respira.
7. Il diritto alla strada
La strada è per eccellenza il luogo per mettere in contatto.
La strada e la piazza dovrebbero permettere l'incontro. Oggi sempre
più le piazze sono dei parcheggi e le strade sono invivibili
per chi non ha un mezzo motorizzato. Piazze e strade sono divenute paradossalmente
luoghi di allontanamento. É praticamente impossibile vedere bambini
giocare in piazza, spostarsi in bicicletta. Gli anziani sono continuamente
in pericolo in questi luoghi. Dobbiamo renderci conto che, come ogni
luogo della comunità, la strada e la piazza sono di tutti, così
come ancora è in qualche nostro piccolo paesino di montagna o
in molte città del Sud del mondo.
8. Il diritto al selvaggio
Anche nel cosiddetto tempo libero tutto è preorganizzato.
Siamo nell'epoca dei "divertimentifici". Gli esempi più
eclatanti sono Eurodisney, Gardaland, Mirabilandia... parchi gioco programmati
nei dettagli. E così è nel piccolo, nei parchi pubblici
e nel verde delle città, compreso l'arredo urbano. Certo, nulla
da eccepire riguardo l'aspetto estetico. Ma dov'è la possibilità
di costruire un luogo di rifugio-gioco, una capanna di legno, dove sono
i canneti e i boschetti in cui nascondersi, dove sono gli alberi su
cui arrampicarsi? Il mondo è fatto di luoghi modificati dall'uomo,
ma è importante che questi si compenetrino con luoghi selvaggi,
lasciati allo stato naturale. Anche per l'infanzia.
9. Il diritto ad ascoltare il silenzio
I nostri occhi possono socchiudersi e così riposare, ma le
orecchie sono sempre aperte. Così sono sottoposte continuamente
alle sollecitazioni esterne. Mi sembra ci sia l'abitudine al rumore,
alla situazione rumorosa, a tal punto da temere il silenzio. Sempre
più spesso è facile partecipare a feste di compleanno
di bimbi e bimbe accompagnate da musiche assordanti. E così accade
anche a scuola. L'immagine emblematica di tutto ciò è
data da coloro che si spostano alle periferie delle città e a
piedi o in bicicletta si portano nella natura, per una bella passeggiata,
con le cuffie del registratore portatile ben inserite nelle orecchie.
Perdiamo occasioni uniche: il soffio del vento, il canto degli uccelli,
il gorgogliare dell'acqua. Questo significa diritto al silenzio, ad
educarci all'ascolto silenzioso.
10. Il diritto a percepire le sfumature
La città ci abitua alla luce, anche quando in natura luce
non c'è. Nelle nostre case l'elettricità ha permesso e
permette di vivere di notte come fosse giorno. E così spesso
non si percepisce il passaggio dall'una all'altra situazione. Quel che
più è grave è che poche persone, pochi bambini
o bambine, riescono a vedere il sorgere del sole, cioè l'aurora
e l'alba oppure il crepuscolo o il tramonto. Non si percepiscono più
le sfumature. Il pericolo che qualcuno paventa è che vedendo
solo nero o bianco si rischi davvero l'integralismo. In una società
in cui le diversità aumentano anziché diminuire, quest'atteggiamento
può risultare realmente pericoloso. È una riflessione
che ci interpella tutti.
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