Alberto Manzi e l’America Latina Dalle Ande all’Amazzonia
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1. SCUOLA E DIDATTICA SCUOLA E DIDATTICA - Priorità dell’esperienza didattica rispetto alle teorie pedagogiche - Mario Lodi, Don Lorenzo Milani, Margherita Zoebeli, Giovanni Catti, Gianni Rodari, Danilo Dolci, Aldo Capitini, Otello Sarzi, Federico Moroni, Bruno Ciari, Loris Malaguzzi, Bruno Munari, e naturalmente lo stesso Alberto Manzi. Maestri nati a cavallo fra la prima e la seconda guerra mondiale. La loro storia è quella di chi ha studiato negli Istituti Magistrali che dovevano prepararsi ad “italianizzare” l’Alto Adige, da poco “redento”. Le magistrali erano allora l’unica scuola superiore gratuita per gli studenti, poiché lo stesso Duce, che per l’appunto era maestro, a suo tempo le aveva frequentate. Ma è da quella generazione che nascono poi gli insegnanti del secondo dopoguerra che fondano il loro lavoro non tanto sulle teorie pedagogiche, quanto sui valori concreti della Costituzione. Con loro si respira un nuovo clima. Sono anni carichi di sperimentazioni e si producono riflessioni pedagogiche che possiamo sicuramente ricondurre alla cosiddetta “scuola attiva”. Nessuno di loro si rifà ad una teoria filosofica o pedagogica. Tutti “fanno esperienza sul campo”, poi riflettono, scrivono, documentano, divulgano. Manzi ha forse un’opportunità in più: la televisione, quella nascente, quella dei primi anni. E la usa in maniera efficace, sperimenta modalità sconosciute di comunicazione. Il suo stile è quello del grande comunicatore, nonostante allora i mezzi e gli effetti multimediali fossero limitati rispetto alle potenzialità tecnologiche odierne. Per questo suo sperimentare ciò che nessuno aveva fatto fino a quel momento con il mezzo televisivo, diviene poi un “esperto” e scrive come autore innumerevoli sceneggiature. Di molte di queste ne è anche regista e conduttore. TELEVISIONE E COMUNICAZIONE - Uso della comunicazione visiva con particolare attenzione al disegno - Manzi era un grande comunicatore. Era forse una dote spontanea? Non saprei dare una riposta. Di sicuro il suo modo di comunicare è di grande efficacia. Possedeva la tecnica tipica dell’uomo di teatro: unire parola e immagine. Poche parole, ben calibrate, per esprimere un concetto. Lo stesso concetto ripetuto con altre parole, per attrarre chi non ha per un attimo ascoltato e per permettere a tutti di fissarlo con attenzione. Poi lo stesso concetto viene illustrato e descritto con l’immagine. Una immagine che usando gessetti di carboncino nero, viene a formarsi progressivamente, su un grande foglio bianco da pacchi, fino a comparire nella sua chiara interezza solo alla fine. Una tecnica raffinata, veloce ma efficace. Pensavo al modo di disegnare di Alberto Manzi quando, nel giugno del 1979, mi accinsi a sostenere la prova di disegno all’esame “da privatista” di licenza nell’Istituto Magistrale di Forlimpopoli. Quella tecnica mi affascinava e quella tecnica mi ha accompagnato nei tanti anni da maestro di scuola materna. Incantare i bambini e le bambine raccontando storie, fiabe e piccoli racconti, accompagnandoli con le immagini che man mano si venivano a formare. LIBRI E DOCUMENTAZIONE - Amore per la parola come strumento primo di emancipazione - Alberto Manzi conosceva molto bene il significato di “analfabetismo”. Un analfabetismo che mi piace definire “primario”: di chi cioè sa parlare e comunicare nella propria lingua familiare, ma non sa “leggere e scrivere” nella lingua della propria comunità nazionale, dove è di casa il “noi”. Alberto Manzi sa che sapere leggere e scrivere pone le persone ad un livello minimo di dignità. Possedere la parola in tutti i suoi aspetti permette di pensare con la propria testa, permette loro di migliorare la propria coscienza, permette di fare scelte in libertà. In quegli anni, quando ancora le cifre dell’analfabetismo si calcolano in milioni, c’è un altro maestro in Italia che si batte quasi esclusivamente per questo: dare la parola ai senza parola. É don Lorenzo Milani, nella sua piccola scuola parrocchiale di Barbiana. E per Manzi l’alfabetizzazione non è solo una questione italiana, ma un fatto universale, di tutti i popoli della terra. Lo sperimenta di persona quando si reca per la prima volta, come ricercatore in biologia, in America Latina. Sono più che mai convinto che, pedagogicamente parlando, una delle maniere per prendere coscienza, per avere una visione nuova su un problema, sia “viaggiare”. Spostarsi fisicamente da un luogo ad un altro modifica le proprie percezioni, diventa un fatto che incide e acquisisce valore pedagogico. E da quel momento Manzi è diverso. Emblematica è la risposta che dà a proposito della scrittura: “Mi chiede perché scrivo. Potrei dare risposte diverse. E forse sarebbero tutte vere e nello stesso tempo tutte false. Non so perché scrivo… Forse perché vivo. O lei vuole sapere perché affronto certi temi? In questo caso la risposta è più facile: voglio far sorgere nei giovani la coscienza dei problemi (coscienza, non solo conoscenza), far sapere loro che esistono certi problemi e che ognuno di noi è chiamato a risolverli. In fondo scrivo perché sono un rivoluzionario, inteso nel senso profondo della parola. Per cambiare, per migliorare, per vivere pensando sempre che l’altro sono io e agendo di conseguenza, occorre essere continuamente in lotta, continuamente in rivolta contro le abitudini che generano la passività, la stupidità, l’egoismo. La rivoluzione è una perpetua sfida alle incrostazioni dell’abitudine, all’insolenza della autorità incontestata, alla compiacente idolizzazione di sé e dei miti imposti dai mezzi di informazione. Per questo la rivoluzione deve essere un evento normale, un continuo rinnovamento, un continuo riflettere e fare, discutere e fare”. AMERICA LATINA E INTERCULTURA - Attenzione ai poveri e diseredati - Del rapporto fra Alberto Manzi e l’America Latina poco si conosce. Lo si pensa in televisione, lo si pensa fra i suoi alunni della sua scuola, lo si pensa come Sindaco di Pitigliano negli anni precedenti la sua morte. Ma è dal 1955 (quindi 5 anni prima di iniziare il suo impegno in televisione) che Manzi sistematicamente, durante l’estate, si reca in Sud America. La prima volta in Amazzonia, per una ricerca con l’Università di Ginevra. Poi nasce la grande passione: i “popoli nativi”. La loro situazione sociale è priva di emancipazione. Una condizione che li rende poveri in tutti i sensi, soprattutto a livello culturale, incapaci di organizzarsi, di rivendicare i loro diritti. Mancava loro la capacità di “leggere e scrivere”. Nei suoi soggiorni estivi dedicati, quindi, a questa azione che possiamo definire di “volontariato culturale”, Manzi si muove tra l’Ecuador, il Perù, la Bolivia (luoghi che diverranno poi gli ambiente di vita dei personaggi dei suoi romanzi), la Colombia e il Brasile. In questi paesi, nei quali si reca a volte con gruppi di studenti universitari volontari, conosce persone che diverranno riferimenti importanti della sua vita. “Si tratta innanzi tutto di Padre Giulio Pianello (incontrato nella Amazzonia peruviana), con il quale avrà rapporti fino alla morte, salesiano mandato come punizione per avere tentato di alfabetizzare gli indios e per avere denunciato dal pulpito gli abusi delle multinazionali, a convertire una tribù nel cuore della selva, dove Manzi lo incontra per la prima volta”. (Cfr Breggia, 2008-2009, p.1) E poi altri, dal guerrigliero Hernàn a missionari come Padre Juan Pablo e Padre Rodas. Nel romanzo “E venne il sabato” (Edizione Gorée, Iesa -Siena, 2005) questi amici diverranno i protagonisti, insieme all’autore stesso, personificato nella figura dello straniero. Qui viene fuori un'altra caratteristica di Manzi: i suoi romani non sono pura invenzione, sono tratti dalla realtà vera, concreta, con la quale lo stesso si confronta. E così sposa “La Teologia della Liberazione” e partecipa attivamente alla liberazione di prigionieri politici. Lui stesso viene tenuto prigioniero in Bolivia per un mese, dopo essere stato arrestato per avere difeso una ragazza che veniva selvaggiamente picchiata dalla polizia locale. Viene torturato, come ha confermato la moglie stessa, così come era stato torturato Padre Giulio al quale avevano spaccato le mani per aver insegnato a scrivere alle popolazioni indigene…” (Cfr. Breggia, 2008-2009, p.2). LA MEMORIA DI ALBERTO MANZI IN AMERICA LATINA - Avere portato in Brasile la mostra “Alberto Manzi - Storia di un maestro” realizzata dal Centro Alberto Manzi del Consiglio Regionale della Emilia Romagna, averlo tradotto in portoghese (4), ci offre oggi l’opportunità di iniziare un lavoro di ricerca. Capire quali sono i segni che Manzi ha tracciato in mezzo ai popoli di questo immenso continente. Fra le realtà a cui Manzi contribuisce con un apporto significativo, c’è l’Argentina. Nel 1987, pochi anni dopo la caduta della dittatura dei generali, è chiamato a tenere un corso di formazione. 60 ore, distribuite in 15 giorni, per formare docenti universitari che sarebbero poi andati ad elaborare il “Piano Nazionale di Alfabetizzazione” sul modello di “Non è mai troppo tardi”. L’Argentina sarà premiata, nel 1989 dall’UNESCO, per il miglior programma di alfabetizzazione adottato in America Latina. Stiamo coinvolgendo in un lavoro di ricerca e di memoria la Società Dante Alighieri di Buenos Aires (una delle più grandi al mondo) per ritrovare testimonianze e documentazioni sull’apporto di Manzi. E così ci auguriamo accada per gli altri paesi in cui il maestro Alberto Manzi ha operato. È solo l’inizio di una ricerca. Gianfranco Zavalloni Riferimenti bibliografici
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